Giornata internazionale di commemorazione delle vittime dell’Olocausto
Berna, 27.01.2026 — Messaggio del Presidente della Confederazione in occasione della Giornata internazionale di commemorazione delle vittime dell’Olocausto
Gli anni passano, ma il ricordo dell’Olocausto, crimine senza precedenti, resta vivido e indelebile. Oggi, nell’81° anniversario della liberazione di Auschwitz, commemoriamo i sei milioni di ebrei uccisi durante la Seconda guerra mondiale. Onoriamo inoltre le popolazioni Rom, Sinti e Yenish, nonché tutte le vittime che hanno sofferto a causa del nazismo e della sua politica di sterminio perseguita in modo sistematico e su larga scala.
Con il passare del tempo, i testimoni diretti diventano rari, e proprio per questo le loro voci acquistano un valore inestimabile. Il destino delle sorelle Eva Koralnik e Vera Rottenberg, sopravvissute svizzere all’Olocausto in Ungheria, rappresenta una vicenda straordinaria, densa di insegnamenti che devono ispirare le nostre azioni di oggi e di domani.
In Ungheria, come in altri Paesi soggetti al fascismo, la comunità ebraica fu vittima di persecuzioni. Le leggi razziali ne decretarono inizialmente l’emarginazione dalla vita sociale, economica, politica e culturale. Con l’occupazione del Paese da parte della Germania nazista, nel marzo 1944, ebbe inizio la deportazione di massa: tra maggio e luglio dello stesso anno, oltre 430 000 ebrei dei territori ungheresi furono deportati ad Auschwitz e in altri campi di sterminio.
A Budapest Berta Rottenberg, madre di Eva e Vera, si trovò così in una condizione di estrema vulnerabilità: il marito ungherese era stato costretto ai lavori forzati in quanto ebreo e su di lei gravava la responsabilità delle due giovani figlie. Si nascose così in una città in cui tuttavia le retate rappresentavano una minaccia costante. Nata in Svizzera, aveva automaticamente perso la cittadinanza sposando uno straniero, come previsto dalla legge dell’epoca. A ciò si aggiungeva il fatto che il confine svizzero rimase chiuso ai rifugiati ebrei fino al luglio 1944.
Fu grazie all’impegno e al coraggio del diplomatico svizzero Harald Feller che Berta Rottenberg riuscì infine a ottenere i documenti necessari per lasciare il Paese insieme alle sue due figlie, in un periodo in cui l’emigrazione degli ebrei dall’Ungheria era ormai praticamente impossibile. Nell’ottobre 1944, attraversando l’Austria – allora annessa alla Germania nazista – riuscì a raggiungere la Svizzera in treno.
La storia della famiglia Rottenberg dimostra come un’intera comunità possa essere perseguitata unicamente per la propria identità. Sapendo come l’antisemitismo sia servito per compiere i crimini più atroci della storia, dobbiamo prendere con la massima serietà il suo attuale ritorno, visibile anche in Svizzera. È inaccettabile che persone e comunità ebraiche si sentano nuovamente minacciate. L’antisemitismo, al pari di ogni forma di odio fondato sulla razza, l’etnia o la religione, è incompatibile con una società democratica basata sulla tolleranza, sul rispetto e sulla pacifica convivenza.
Questo destino straordinario mette inoltre in luce la resilienza che accomuna molti sopravvissuti. Dopo aver avuto la possibilità di ricominciare una nuova vita in Svizzera, la famiglia Rottenberg ha offerto un contributo di grande rilievo al nostro Paese: Eva è divenuta agente letteraria, mentre Vera è stata la seconda donna a ricoprire la carica di giudice presso il Tribunale federale. Ancora oggi, entrambe sono impegnate attivamente nella prevenzione, in particolare tra le giovani generazioni.
La storia del salvataggio della famiglia Rottenberg evidenzia anche l’importanza del coraggio civico. Assumendosi gravi rischi per proteggere gli altri ben oltre i propri doveri, Harald Feller è stato riconosciuto come «Giusto tra le Nazioni». Se l’eroismo non può essere preteso da tutti, ciascuno di noi può tuttavia agire nel proprio piccolo, anche in modo discreto, nelle situazioni critiche. Dovremmo dunque lasciarci guidare da un’etica della responsabilità civica e dell’impegno per il bene comune.
Raccontare i fatti storici di quel periodo tragico e trarne insegnamento è essenziale affinché non si ripetano. Questo è uno dei compiti fondamentali del futuro memoriale svizzero dedicato alle vittime del nazismo, che il Consiglio federale ha deciso di erigere a Berna. Un progetto concreto dovrebbe essere selezionato nel 2026 e realizzato nel 2027, in stretta collaborazione con la città di Berna.
Ciò è tanto più urgente in quanto assistiamo a un preoccupante aumento delle radicalizzazioni identitarie e dell’intolleranza. Consapevole della necessità di adottare misure concrete e coordinate, lo scorso dicembre il Consiglio federale ha approvato la prima strategia nazionale contro il razzismo e l’antisemitismo.
Oltre alle misure adottate a livello nazionale, la Svizzera è impegnata anche a livello internazionale nella prevenzione di simili atrocità. Fondate sull’impegno del «mai più» assunto dopo la Seconda guerra mondiale, le norme del diritto internazionale che disciplinano l’uso della forza sono violate sempre più frequentemente. Dobbiamo pertanto impegnarci con determinazione per garantire che tali norme siano rispettate da tutti e sostenere le giurisdizioni internazionali, quali la Corte internazionale di giustizia e la Corte penale internazionale, che si adoperano per il rispetto del diritto.
Alla luce delle lezioni del passato, dobbiamo dunque ribadire con fermezza la nostra determinazione a combattere l’antisemitismo e ogni altra forma di razzismo, intolleranza e discriminazione. Per Vera Rottenberg, l’Olocausto rappresenta un monito costante del fatto che i diritti umani non sono mai acquisiti una volta per tutte e richiedono una vigilanza continua. Le sue parole devono ispirare il nostro impegno affinché simili accadimenti non si ripetano più, per nessuno.